11 quasi-racconti brevi che sarebbero venuti meglio se…, Finzioni

3 – l’attesa

piano piano sarebbe arrivata la sera. eppure, qualcosa in quel pomeriggio lungo, troppo lungo, rendeva insostenibile l’attesa, non fosse altro perché con la sera stavolta non sarebbe arrivata lei, e così sarebbe stato per sempre; l’uomo guardò oltre la veranda della sua casa di campagna, guardò verso i salici e verso il muretto a secco e poi guardò il melo sotto il quale, in primavera, erano soliti far l’amore, lui e lei, come due ragazzini innamorati anche quando dell’amore di cui sa nutrirsi l’adolescenza non era rimasto che un tenero afflato

ebbe la tentazione di muoversi dalla veranda, procedere verso il melo, stendersi sulla terra rossa e calda e aspettare. ma cosa avrebbe aspettato? di cosa avrebbe riempito quella attesa? avrebbe nascosto le mani nella terra così come aveva amato fare con lei e poi cos’altro? ebbe paura ed ebbe paura in un modo fino ad allora sconosciuto, una paura quasi inconsapevole. così decise di rimanere in veranda e aspettare, pur non sapendo cosa: l’attesa stessa che riempie l’attesa?

poi, qualcosa tradì il pensiero e il ricordo e con essi anche la scenografia di quel pomeriggio lento; la vide nuda come quando la ebbe per la prima volta, e la vide in piedi, una mano appoggiata al tronco dell’albero e un’altra sul fianco, come a mimare un sensuale invito rivolto al suo amante; l’uomo ebbe un fremito, fece per alzarsi dalla sdraio sulla quale era seduto, poi guardò ancora verso l’albero ma non vide nient’altro se non il solito sfondo a cui era abituato: gli ulivi del terreno vicino, e più in là la strada provinciale

improvvisamente gli venne alla mente il modo in cui lei amava respirare nel suo orecchio poco prima di venire, e poi pensò alle sua mani fredde, di come sapessero farsi riscaldare nei pomeriggi invernali o nelle serate estive di pioggia. lasciò cadere quell’ultimo pensiero e chiuse gli occhi. si alzò una leggera brezza, il vento gli accarezzò la nuca ma lui sembrò quasi non accorgersene

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11 quasi-racconti brevi che sarebbero venuti meglio se…, Finzioni

2 – l’esperimento

La ragazza entrò nella stanza coi pugni chiusi infilati nelle tasche dei jeans. Il tedesco era già lì, seduto a una scrivania bianca di un materiale che lei non avrebbe saputo definire ma che se avesse dovuto definire avrebbe definito plastica. Il tedesco deviò lo sguardo, – dal PC sul quale stava lavorando alla ragazza – poi tornò a guardare il PC. Dopo, guardando nuovamente lei, le fece cenno di sedersi.

La ragazza era a conoscenza della procedura. Chi già ci era stato le aveva raccontato e lei sapeva che adesso avrebbe dovuto apporre tre firme – foglio 1, foglio 2, foglio 3 – e poi indicare, precisamente sul secondo dei tre fogli, il conto corrente sul quale avrebbe desiderato ricevere il pagamento.

Una volta espletate le procedure formali il tedesco porse alla ragazza una scatola bianca. La ragazza vi lasciò dentro due bracciali, una collana e il cellulare. Poi, sollecitata, si alzò e proseguì oltre la scrivania dove vi era una porta al di sopra della quale c’era una scritta arancione: SALA REGISTRAZIONE.

Una volta dentro una infermiera dai capelli ricci e con il nome – Carol – inciso su una targhetta di metallo in pieno petto, le chiese di spogliarsi. Poi le consegnò quella che sembrava a tutti gli effetti una tuta da ginnastica, tipo quella che era solita indossare durante le lezioni di yoga del venerdì. Una volta indossata la ragazza ebbe una sensazione sgradevole, la stessa sensazione che si ha quando si tiene tra le mani una spigola e la si ripulisce dalle interiora.

Subito dopo l’infermiera le porse un bicchiere di plastica con dentro un liquido bianco.

Le servirà per rimanere sveglia nelle prossime quarantotto ore, disse.

La ragazza prese il bicchiere e buttò giù il liquido. Nessun sapore.

Quest’altro – disse ancora l’infermiera porgendole un altro bicchiere – servirà per lenire la fame e la sete.

La ragazza buttò giù di nuovo. Questa volta le sembrò di bere Coca Cola.

Dopo di che l’infermiera le fece cenno di proseguire in fondo alla stanza dove c’era un grande macchinario a forma di cilindro che alla ragazza fece subito pensare a una specie di astronave, tipo quelle che si è soliti vedere nei film di fantascienza.

La ragazza vi si avvicinò, poi entrò dentro, si sedette e richiuse la portiera. Dopo di che infilò, così come le era stato indicato, un inalatore nel naso e  un altro in bocca. L’infermiera uscì dalla stanza e lei rimase ad aspettare per quelli che probabilmente furono tre minuti ma che a lei sembrarono trenta o forse più e alla fine dei quali vide accorrere un medico e insieme a lui quella che probabilmente era la sua assistente.

Entrambi in camice giallo tenevano in mano un bloc-notes. Lui, che alla ragazza sembrava assomigliare al tedesco di prima, teneva in mano anche un altro oggetto, qualcosa di simile a un grande microfono o a un megafono giocattolo. I due rimasero in piedi, di fronte al macchinario, come fossero in attesa che succedesse qualcosa da un momento all’altro.

D’improvviso, sopra le loro teste si accese una luce – prima rossa, poi gialla e infine di nuovo rossa – che cominciò a lampeggiare a intervalli regolari. Contemporaneamente, un suono simile a quello di un antifurto fuoriuscì dagli altoparlanti sistemati ai quattro angoli della stanza. La ragazza capì che l’esperimento era iniziato e che da quel momento fino alle successive quarantotto ore ogni suo pensiero sarebbe stato registrato.

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1 – custodire la storia

custodire la storia, senza averne il coraggio
custodire la storia, senza averne il coraggio

glorificarla glorificarla
glorificarla glorificarla

attraverso il sangue
attraverso il sangue

glorificarla
glorificarla

… ripeteva tra sé e sé il ribelle QQQ mentre, machete in pugno e coltello tra i denti, si accingeva a entrare nella Suite Imperiale 333 dove il trentatreesimo Imperatore della dinastia dei K schiacciava il consueto pisolino pomeridiano. Alle sue spalle, a grandi falcate, accorrevano trecentotrentatré guardie del corpo imperiali, ognuna pronta a proprio modo (chi con sciabole chi con lance chi con alabarde) a staccare la testa all’ignaro traditore.

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11 quasi-racconti brevi che sarebbero venuti meglio se…, Finzioni

0 – ferito a morte

il vento caldo della sera porta con sé le voci dei prigionieri, lamenti pigri che fanno su e giù, su e giù, ancora su e giù; e insieme alla nenia solforosa del lamento il vento porta in dote i colori del metallo e dell’argento oltre che il miraggio delle profezie di chi è morto prima e di chi morirà poi…

il boia percorre a passo lento il lungo corridoio della prigione, poi si ferma di fronte alla cella 777. ferito a morte, – dice – è arrivato il tuo momento.

 

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Borderline, Finzioni

senza titolo #1

Ci sono cose che non puoi descrivere. Come questo momento; o come gli occhi di lei quando è pronta e ti dice “andiamo?”, oppure il distacco – come fai a descriverlo il distacco, qualsiasi forma di distacco? -, una volta ci ho provato ma è stato inutile, oltre che penoso. E allora immagino una pagina bianca, una pagina bianca insieme a centinaia di altre pagine bianche e poi gli occhi di lei quando rientriamo la sera e buttiamo giù l’ultimo goccio prima di fare l’amore.

È l’odore del whisky che tiene uniti i corpi e con i corpi siamo uniti anche noi, nonostante l’idea non sia quella di esserlo, uniti, ma soltanto quella di far l’amore per poi tornare a bere di nuovo, lì, affacciati alla finestra, col silenzio che stringe la gola e le mani che a stento riescono a sfiorarsi.

È un incrocio di destini anche il più banale degli incontri amorosi, e un incrocio di destini siamo anche noi, lo siamo anche adesso che mi viene difficile descrivere il momento: una bottiglia di J&B posata sul tavolo, a perfetta distanza tra me e te, Roma che si affaccia dalla finestra, più stanca del solito stasera.

 

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(Racconti) brevi brevissimi, Finzioni

Vuoi giocare con me?

Eccola che si avvicina. Un passo avanti, due indietro, un altro ancora avanti. Poi dice, non dice niente. Lo fa sempre. Fa per dire e non dice, muove il labbro inferiore e poi non dice nulla. Si morde le labbra adesso. Sbuffa. Si schiarisce la voce. Sbuffa di nuovo. Chiede d’accendere. Accende. Aspira. Butta fuori il fumo della sua Marlboro. Allora, – mi fa – si comincia. Sì, comincia – le dico io. Mettiti lì. Sì. Più a sinistra, un altro po’. Ok va bene. Fuma, – le dico – e guarda in camera. Fissa, in camera. Lei guarda in camera, aspira dalla sigaretta, butta fuori il fumo. Poi arriccia il naso. Cosa dico? – dice. Di’ quello che ti passa per la testa. Niente, non mi passa niente. E allora non dire niente. Guarda in camera, e fuma. E non fare altro. Lei guarda in camera. Sei invecchiato, dice. Sbuffa ancora. Una zoomata, – i suoi occhi in primo piano, poi le labbra, solo le labbra, mentre lei parla. Allora? Sei invecchiato. E passa una mano tra i capelli. Com’è? ‘sti capelli bianchi? Cazzo, – dico io – Moira. Moira, ascolta, non devi fare domande. O parli e fumi. O stai zitta e fumi.  E guardi in camera, in entrambi i casi. Ok? Niente domande. Chiaro? Uff, – fa lei – ma così due palle! Riprendiamo? Ok, dai riprendiamo. Rientra da là, di nuovo. Accendine un’altra. Tiè, l’accendino. Torna alla porta. Accende la Marlboro. Guarda in camera. Spegne la cicca in terra col suo tacco-12. Adesso mi spoglio, dice. Cosa tolgo prima? Allora? Questo? Va bene questo? Sfila la canotta rosa che ha indosso. La sfila con un movimento lento delle spalle, e delle braccia magre. Sembra una ballerina adesso. Poi si piega, fa per togliere una scarpa, poi cambia idea. Le pieghe sulla longuette nera sembrano onde in miniatura, le cosce avvolte dalla gonna un oceano nero. Prende un’altra sigaretta. La tiene in bocca, ballonzola su e giù mentre lei dice: oggi piove. Lo dice piano: og-gi-pio-ve. Poi prende la sigaretta e la tiene in mano. Lo smalto nero delle unghie. Gli occhi verdi. La finestra. Si avvicina alla finestra. Oggi piove, ripete. Accende la sigaretta e poi torna a guardare in camera.  Sfila la longuette lasciandola scivolare lungo i fianchi. L’addome chiaro macchiato da venature violacee. I fianchi perlacei. Le mutandine di pizzo nero, volgari quel tanto che basta. Vuoi giocare con me? – dice.

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